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Amore e furto, Francesco De Gregori omaggia Bob Dylan e stupisce ancora

Tradurre, ovvero, tradire

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Tradurre è anche un po’ tradire. Eppure Francesco De Gregori nell’incidere “Amore e furto”, album in cui traduce, appunto, e interpreta 11 brani di Bob Dylan, non ha tradito se stesso né il suo punto di riferimento, genio assoluto della musica mondiale. Un’impresa nella quale sarebbe stato facile cadere in inopportune banalità, ma non per il Principe, che dall’alto della sua ormai quarantennale carriera ha ‘masticato’ tanto Dylan ed ora ha saputo, con amore e fedeltà, trasportare dall’inglese all’italiano i contenuti di queste 11 canzoni, rispettandone il significato originario nei limiti concessigli dalle regole metriche, dal suono e dalla imprescindibile adattabilità semantica che un lavoro di traduzione comporta. Amore e passione per il suo ‘faro’ trasudano da questo lavoro musicale, che considerare mero album di cover sarebbe grave prova di superficialità. Dylan per de Gregori - e in “Amore e furto” lo si evince come non mai - è sempre stato fonte di spunti, un modello da cui partire e dal quale nel contempo sapersi distinguere sapientemente, nel bene e nel male, mantenendo sempre un’autonomia artistica che ha reso De Gregori autore e musicista unico nel suo genere, per stile compositivo, penna e personalità, a prescindere dai suoi modelli ispiratori.
Anche per chi come la sottoscritta, da tempo immemore estimatrice di Francesco De Gregori, non conosce il repertorio di Dylan, diventa operazione piacevole scovare cosa in queste undici tracce è opera del genio dylaniano e cosa, invece, è il frutto dell’immenso e complesso lavoro filologico compiuto dal cantautore romano, che ha mutuato da Dylan alcuni tra i brani meno conosciuti del suo repertorio, ora rivestiti di una nuova identità, destinati ad essere conosciuti da chi, non seguendo pedissequamente l’artista statunitense, li scopre adesso, armato dello stupore tipico di chi apprende qualcosa per la prima volta. Il risultato? Un amalgama di suoni, ritmi e parole, puro piacere per l’intelletto, l’anima e gli orecchi.
C’è poco da spiegare e tanto da ‘sentire’ (soprattutto con il cuore) dinnanzi ad un’opera musicale di siffatta forgia. È sufficiente inserire il cd nel lettore: d’improvviso si esce dal tempo e dallo spazio terreni e si viene catapultati in un mondo di immagini, personaggi, e storie sospesi in una dimensione a metà tra l’onirico e il reale. Passano davanti ai nostri occhi, mentre ascoltiamo questi brani, i protagonisti delle storie di Bob Dylan-De Gregori, usciti dalla letteratura, dal nostro immaginario, dalla cronaca quotidiana, dai sogni fatti o che faremo. Undici canzoni che a partire dalla prima, Un angioletto come te (Sweetheart like you), fino all’ultima, Dignità (Dignity), sono una fotografia lucida – mi si conceda l’antitesi – e visionaria della realtà.
Dentro le parole di Bob Dylan cantate da De Gregori è possibile cogliere sfumature di significati mai finiti, mai appresi integralmente, e magicamente legati tra loro da un sound che funge da collante, reso tale dalla magistrale bravura di una band strepitosa. Un gruppo di artisti che lavora in totale sintonia e simbiosi, ne è prova il suono – e che suono! - di questo disco. Ascoltare per credere.
“Amore e furto” è passione, amore per la musica, “un’ammissione di colpa” – com’è lo stesso Francesco De Gregori a confessare ironicamente - un “riconoscimento di paternità” da parte di un artista che non ha reticenza nel dichiarare gli innesti nel suo repertorio che sono figli di prelievi e citazioni fatti ad altri colleghi, come anche Bob Dylan fece, titolando appunto “Amore e furto” un disco in cui dichiarava le influenze musicali subite e le fonti alle quali aveva attinto. Perché l’arte è così, in ogni sua forma: si nutre di altra arte che l’ha preceduta. Prende, rielabora, partorisce nuove forme e così ad libitum, senza soluzione di continuità, ogni qualvolta un artista dà spazio alla sua creatività.
Via della povertà (Desolation Row), già tradotta nel 1974 (“Al tempo l’avevo tradotta inserendo nel testo significati che non c’erano, convinto che fosse un’operazione ‘innocente’, poi negli anni mi resi conto che non era così” cit. Francesco De Gregori) insieme a Fabrizio De André, torna in questo disco ad avere un testo più fedele all’originale. Non è buio ancora (Not Dark Iet), tanto bella da togliere toglie il fiato, acquista profondità anche per come il Principe la interpreta, riempiendola del calore della sua voce, ed imprimendole significati sempre nuovi che solo la sensibilità dell’ascoltatore può dettare. L’incipit della narrazione in media res, ci accompagna appunto dentro una storia già iniziata: noi che ascoltiamo possiamo solo immaginare cosa l’ha preceduta e in quale destino si imbatterà. Succede anche ascoltando Una serie di sogni (Series of dreams), ad esempio, dove un turbinio di immagini si rincorrono e ci sfuggono, senza mai farsi raggiungere, suggerendo emozioni impossibili da spiegare: “Pensavo a una serie di sogni/Dove tutto diventava realtà/ Tutto resta dove è stato ferito/Fino al punto di non muoversi più”. Canzoni senza risposte, quelle contenute in questo album: ne è esempio eccellente Dignità (Dignity), una continua ricerca che sa di non potere mai ottenere ciò cui anela: “Dov’è che abita la dignità?”, o Come il giorno (I Shall be released) e Non dirle che non è così (If you see her, say hello), già incise tempo addietro da De Gregori, ma che in questo disco trovano una più pertinente ragion d’essere e che, rispetto alle altre 9 tracce, appartengono in parte anche al Principe, che la ha già fatte sue, riplasmandole con il suo stile. Questo disco è un omaggio da maestro a maestro, dove il mondo linguistico e poetico di due grandi della Musica con la ‘emme’ maiuscola si mescolano alla perfezione pur conservando le proprie peculiarità. Un disco di amore e rispetto, in cui il cantautore romano riesce a stupirci. Ancora una volta.


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